In occasione del riferimento di Papa Leone a San Óscar Romero nell’omelia della Messa Crismale celebrata nella basilica di San Pietro, da Recoletos.org abbiamo conversato con fra Teodoro Baztán, religioso agostiniano recolletto della Provincia di Nostra Signora della Candelaria, che ha avuto l’onore di conoscere personalmente il santo appena tre mesi prima della sua morte. La sua testimonianza diretta ci avvicina all’umanità, al coraggio e alla profonda dedizione pastorale dell’arcivescovo martire di El Salvador.
Un martire ricordato nel cuore della Chiesa
Nella Messa Crismale celebrata nella basilica di San Pietro, Papa Leone ha voluto porre davanti ai sacerdoti del mondo la figura luminosa di San Óscar Romero. Non lo ha fatto per nostalgia, ma per l’attualità della sua testimonianza. Ricordando alcune parole scritte un mese prima del suo martirio, il Santo Padre ha sottolineato la profondità spirituale di un pastore che ha vissuto in totale abbandono in Dio:
“Mi basta per essere felice e fiducioso sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte…”
Non è solo una frase. È un programma di vita. Romero non improvvisa la sua dedizione nel momento finale: l’ha tessuta giorno dopo giorno nella fedeltà, nella preghiera e nel contatto reale con il suo popolo.
Il suo martirio, avvenuto mentre celebrava l’Eucaristia, non è un tragico incidente, ma il culmine di un’esistenza offerta. Come Cristo, ha dato la vita per il suo popolo.
Un pastore vicino al popolo: la memoria viva di un Recolletto
La figura di San Óscar Romero non è estranea alla storia e alla missione degli Agostiniani Recolletti. Fra Teodoro Baztán, religioso della Provincia Nostra Signora della Candelaria, ebbe la grazia di conoscerlo personalmente nel 1980, mentre serviva come Priore Provinciale dell’allora Provincia Nostra Signora della Consolazione, appena tre mesi prima del suo assassinio.
L’incontro ebbe luogo nell’ospedale dove viveva l’arcivescovo, circondato da malati e religiose, in una vita austera e profondamente evangelica. Quello spazio non era solo una residenza: era segno della sua opzione preferenziale per i poveri. Lì pregava, preparava le sue omelie e riceveva i poveri, i perseguitati e coloro che cercavano conforto.
Grazie alla mediazione di fra Fermín Moriones, anch’egli agostiniano recolletto, fra Teodoro poté conversare per più di un’ora con Romero. Non fu una conversazione superficiale: parlarono della situazione del paese, della sofferenza del popolo, dell’impegno della Chiesa e dell’evangelizzazione in contesti di ingiustizia.
“Ho paura, ma darei la vita per i poveri”
Uno dei ricordi più significativi che conserva fra Teodoro Baztán è la sincerità disarmante di Romero. Gli confessò senza mezzi termini: aveva paura della morte. Ma quella paura non lo paralizzava. Al contrario, lo collocava nella verità della sua condizione umana.
Viveva dedito al suo Popolo e fiducioso nell’amore di Dio:
“Non mi importerebbe morire per il popolo represso e schiacciato, per i più poveri”
Non è il linguaggio di un eroe astratto, ma quello di un pastore che conosce il suo popolo, che lo ama e che si sa responsabile di esso.
Un giorno tra i contadini: la gioia del Vangelo
Durante quella visita, Romero invitò fra Teodoro ad accompagnarlo in una comunità contadina. Il tragitto, compiuto in jeep insieme a giovani catechisti, non era esente da rischi. Il contesto di violenza faceva temere incontri con la guerriglia.
Tuttavia, ciò che vissero fu una vera festa. Il popolo si rallegrava di avere il suo pastore. L’Eucaristia si trasformava in celebrazione della vita, in mezzo alla povertà e all’incertezza.
Romero si mostrava vicino, semplice, attento. Ascoltava tutti, annotava, accoglieva il dolore delle madri, le storie di violenza, le ferite aperte del suo popolo. E tutto questo lo portava poi sul pulpito.
L’omelia come coscienza di un popolo
Uno dei tratti più impressionanti del ministero di San Óscar Romero era la sua predicazione. Come ricorda fra Teodoro:
“La sua omelia domenicale si ascoltava in tutti gli angoli del paese; e anche nelle caserme; e nelle dimore dei potenti”
Non era una predicazione generica, né edulcorata. Era concreta, incarnata, profetica. Denunciava l’ingiustizia, nominava la sofferenza, esigeva giustizia e annunciava il Vangelo con forza.
Il paese si fermava per ascoltarlo. Perché nella sua voce risuonava qualcosa di più di un’opinione: era la voce dei poveri, la voce della Chiesa, la voce del profeta.
Una testimonianza che interpella oggi la Chiesa
Papa Leone ha voluto riportare Romero al presente perché la sua figura continua ad essere necessaria. In un tempo in cui la tentazione può essere la comodità o la neutralità, l’arcivescovo martire ricorda che il pastore è chiamato a dare la vita.
La sua morte durante l’Eucaristia non è solo un dato biografico: è una chiave teologica. Romero muore sull’altare perché aveva fatto della sua vita un’offerta. Come Cristo, il suo sangue si unisce al sacrificio redentore.
Per gli Agostiniani Recolletti, questa testimonianza ha una risonanza speciale. Non solo per l’incontro storico narrato da fra Teodoro Baztán, ma perché esprime una spiritualità agostiniana: vivere nella verità, amare senza misura, dedicarsi al servizio del popolo.
La voce che non è stata silenziata
Le pallottole che hanno posto fine alla sua vita non sono riuscite a spegnere la sua voce. Come lui stesso disse:
“Se mi uccidono, risusciterò nel popolo salvadoregno”
E così è stato. La sua parola continua a vivere nella Chiesa, nella memoria dei poveri, nella coscienza di coloro che cercano giustizia. Anche nella Famiglia Agostiniana Recolletta, che riconosce in lui un testimone del Vangelo vissuto fino alle estreme conseguenze.
Oggi, ricordandolo nella Messa Crismale, la Chiesa non guarda al passato. Si lascia interpellare. Perché Romero non è solo un martire di ieri: è una chiamata per oggi.
