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Beato Vicente de San Antonio: storia di un agostiniano recoleto martirizzato a Nagasaki

La storia del beato Vicente de San Antonio, agostiniano recoleto martirizzato a Nagasaki nel 1632, fa parte della testimonianza dei martiri giapponesi che mantennero viva la fede cristiana in Giappone durante le persecuzioni del XVII secolo.
Vicente de San Antonio

La storia del beato Vicente de San Antonio, agostiniano recoleto e martire in Giappone, fa parte della testimonianza dei martiri giapponesi del XVII secolo, cristiani che mantennero viva la fede nel mezzo di una delle persecuzioni più dure della storia della Chiesa. In questo testo, Aurora Campos ricostruisce con intensa forza narrativa il cammino di questo missionario portoghese che, dal Messico e dalle Filippine, arrivò fino a Nagasaki per annunciare il Vangelo e consegnare infine la propria vita per Cristo.

Vocazione missionaria: dal Portogallo al Giappone

L’uragano ruggiva furioso sul mare della Cina. Il vento fischiava tra gli alberi come un lamento acuto e il ponte, fradicio, emanava un odore penetrante di sale, alghe macinate e legno umido. Le onde, alte come muraglie liquide, si abbattevano sulla fragile imbarcazione, facendo scricchiolare le tavole e tendere le corde fino al limite. In mezzo a quel fragore di schiuma e fulmini, il beato Vicente de San Antonio non poteva evitare di ricordare un’altra tempesta, circa tre anni prima, verso il 1620, quando in pieno Atlantico, in viaggio verso il Messico, un’altra burrasca aveva messo in grave pericolo la nave su cui viaggiava.

Anche allora il cielo si era oscurato all’improvviso e l’aria sapeva di pece calda e di paura. Tra tuoni che squarciavano la notte e marinai che correvano fradici, aveva promesso a Dio che, se lo avesse liberato da quella tempesta, si sarebbe fatto religioso non appena fosse arrivato in Messico. Nessuna delle due tempeste riuscì ad affondare le navi. E dopo ciascuna si aprì un orizzonte decisivo. Alla fine della tempesta atlantica lo attendeva l’abito degli Agostiniani Recoleti, che ricevette a Città del Messico nel 1621. Lì iniziò il noviziato, avvolto nel silenzio del chiostro e nell’odore della cera accesa, prima di imbarcarsi poco dopo verso le Filippine. Al termine della tempesta nel mare della Cina lo aspettavano l’apostolato clandestino in Giappone, la persecuzione e, infine, il glorioso martirio a Nagasaki, il 3 settembre 1632.

Apostolato clandestino tra i cristiani perseguitati

Nel 1623, sbarcando vicino a Nagasaki, la foschia marina avvolgeva la costa e l’aria portava aromi di pesce secco e carbone ardente. Dovette separarsi dal suo compagno, il beato Francisco de Jesús, perché quell’anno le autorità giapponesi avevano espulso i commercianti spagnoli. Francisco, essendo spagnolo, dovette rifugiarsi tra le montagne. Vicente, invece, travestito da mercante, poté confondersi tra i portoghesi che frequentavano il porto. Non a caso era nato 33 anni prima ad Albufeira, in Portogallo, verso il 1590, figlio di Antonio Simôes e Catalina Pereira.

A Nagasaki trovò una cristianità clandestina che, nonostante la persecuzione, ardeva di fede salda, come una brace sotto la cenere. In case discrete, illuminate da lampade a olio il cui fumo impregnava l’aria, celebrava la messa all’alba, dopo aver passato la notte a confessare e predicare. Imparò il giapponese — «terribile», avrebbe scritto — e, cambiando continuamente rifugio, eludeva le spie dell’imperatore. A volte si travestiva e suonava la chitarra; la sua voce limpida fluttuava nella notte, distraendo i sospetti.

Nel 1627 i frutti erano abbondanti, ma la persecuzione si inasprì. Due anni dopo, tradito da un cristiano torturato, fu accerchiato su un’isola vicino a Nagasaki. Servirono 36 barche, 600 uomini e appiccare il fuoco all’isola. Per sei giorni resistette tra piogge fredde e fumo acre, nutrendosi solo delle tre ostie che portava con sé. Fu arrestato il 25 novembre 1629, dopo sei anni di intensa attività pastorale.

Prigione, persecuzione e martirio a Nagasaki

Nella prigione di Nagasaki si rincontrò con l’agostiniano messicano Fr. Bartolomé Gutiérrez, con Fr. Francisco de Jesús e con il gesuita giapponese Antonio Ygida; più tardi si sarebbe unito un francescano. Due settimane dopo, l’11 dicembre 1629, furono trasferiti nella prigione di Omura: strette gabbie di legno appese sopra una conca umida e fetida, dove l’odore di marciume era tale che «anche tappandosi il naso non si poteva passare fuori». Lì rimasero quasi due anni.

La gabbia divenne pulpito. In un’altra grande cella rinchiusero numerosi fedeli — uomini, donne e bambini — che loro incoraggiavano giorno e notte. Quasi tutti furono martirizzati il 28 settembre 1630. Da quelle gabbie scrissero lettere a Manila; venticinque delle trenta conservate risalgono a quel periodo.

Il 28 novembre 1631 furono condotti all’Unzen di Arima, «inferno» di acque sulfuree ai piedi di montagne innevate. L’odore di zolfo bruciava le narici. Legati e spogliati dell’abito, versavano lentamente acqua acida su spalle e schiena, come una lingua di fuoco che scendeva fino ai talloni. Alle ustioni si aggiungevano il freddo e la neve di quell’inverno del 1631. Vicente resistette cinque giorni; Francisco, sette. Dopo 31 giorni in quell’«inferno», tornarono a Nagasaki all’inizio del 1632. Vicente era così piagato che non poté montare a cavallo; fu portato su una barella, una «tomba di canne».

Nove mesi in più di carcere, una sardina al giorno — al massimo due — e un riso nero «che non era buono neppure per i cani». Infine, il 3 settembre 1632, sulla collina dei martiri di Nagasaki, furono legati per un dito a un palo e circondati da legna umida. Il fumo denso, con odore di legna verde, li soffocò presto. I loro corpi furono bruciati e le ceneri gettate in mare.

La testimonianza del beato Vicente de San Antonio

Quel mare che, con le sue tempeste, lo aveva condotto all’abito recoleto, accolse i suoi resti. Oggi, sulla collina di Nagasaki, una grande croce ricorda i martiri. Tra i nomi incisi figura quello del giovane portoghese che vestì l’abito in Messico, professò a Manila e rese testimonianza a Cristo in Giappone: il beato Vicente de San Antonio.

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