Fra Julius James T. Tinapao, OAR, riflette questa settimana sul Vangelo della seconda domenica di Pasqua e della domenica della Divina Misericordia, invitandoci a incontrare il Cristo Risorto che porta pace, perdono e misericordia negli spazi chiusi della nostra vita. Questa riflessione per il 12 aprile 2026 sottolinea il potere trasformativo della divina misericordia nella vita della Chiesa e di ogni credente.
Dalla paura e dal senso di colpa alla pace
Cosa faresti se la persona che hai deluso di più apparisse improvvisamente proprio davanti a te? Proveresti gioia o imbarazzo? Correresti verso quella persona o ti nasconderesti istintivamente?
Questa domanda ci porta direttamente alla situazione dei discepoli nel Vangelo di oggi. Dopo la crocifissione di Gesù, erano riuniti in una casa con le porte chiuse a chiave. Il Vangelo ci dice che avevano paura. Ma la loro paura non era dovuta solo alle autorità. Nel profondo, portavano anche qualcosa di più pesante: il senso di colpa.
Avevano seguito Gesù per anni, assistito ai suoi miracoli, ascoltato i suoi insegnamenti eppure, nel momento della sofferenza, erano scappati. Pietro lo rinnegò. Gli altri scomparvero. Il Maestro era stato arrestato e crocifisso, e loro lo avevano abbandonato.
Ora immagina il loro shock quando, all’improvviso, Gesù appare in mezzo a loro.
Se fossi al loro posto, quali parole ti aspetteresti da Lui? Forse: “Perché mi avete tradito?” Oppure “Perché mi avete abbandonato quando avevo bisogno di voi?”
Ma le primissime parole del Signore Risorto sono completamente diverse: “Pace a voi”. Niente accuse. Niente rimproveri. Niente rabbia. Solo pace.
Questo è il cuore di ciò che celebriamo nella seconda domenica di Pasqua, nota anche come domenica della Divina Misericordia. La risurrezione di Gesù non è solo il trionfo della vita sulla morte, è il trionfo della misericordia sul peccato. I discepoli si aspettavano un giudizio, ma hanno ricevuto il perdono.
Le piaghe di Cristo: porte di misericordia
Gesù mostra loro persino le sue piaghe: i segni dei chiodi nelle mani e la ferita nel costato. Queste piaghe non vengono mostrate per ricordare loro il fallimento. Piuttosto, rivelano la profondità dell’amore di Dio. Le piaghe di Cristo sono diventate le porte attraverso le quali la divina misericordia fluisce nel mondo.
Poi Gesù soffia sui discepoli e dona loro lo Spirito Santo, affidando loro la missione del perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. In quel momento, il Signore Risorto stabilisce una Chiesa che continuerà la sua missione di misericordia, una comunità dove i peccatori possono sempre trovare una via per tornare a Dio.
Tuttavia, il Vangelo ci presenta anche un altro discepolo che lotta in modo diverso. Tommaso non era presente quando Gesù apparve per la prima volta. Quando gli altri gli dissero: “Abbiamo visto il Signore”, non riuscì a credere. È famoso per aver insistito sul fatto che, se non avesse visto e toccato le piaghe di Cristo, non avrebbe creduto.
Tommaso è spesso ricordato come “l’incredulo”, ma in realtà rappresenta molti di noi. Ci sono momenti nella nostra vita in cui la fede non è facile. Ci sono momenti in cui domande, delusioni o sofferenze rendono difficile credere.
Beati quelli che credono
Una settimana dopo, Gesù appare di nuovo. Questa volta Tommaso è presente. E invece di rimproverarlo, Gesù lo invita dolcemente: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”. In questo incontro, Tommaso non sperimenta la condanna, ma la pazienza e la comprensione. Sopraffatto dalla misericordia del Signore Risorto, proclama una delle più profonde dichiarazioni di fede di tutto il Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”
Gesù pronuncia poi parole che riecheggiano nei secoli e raggiungono ogni credente oggi: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Queste parole sono rivolte non solo ai discepoli, ma anche a noi. Non abbiamo visto il Signore Risorto con i nostri occhi, eppure attraverso la fede riconosciamo la sua presenza: nelle Scritture, nell’Eucaristia, nella Chiesa e nei silenziosi movimenti della grazia nelle nostre vite.
La prima lettura degli Atti degli Apostoli mostra l’effetto di questa fede sulla prima comunità cristiana. Erano dediti all’insegnamento degli apostoli, alla preghiera, alla frazione del pane e alla condivisione dei loro beni con i bisognosi. La loro fede nel Cristo Risorto creò una comunità segnata dall’unità, dalla generosità e dalla gioia. La misericordia ricevuta divenne misericordia condivisa.
Lo stesso invito è esteso a noi oggi. La divina misericordia non è solo qualcosa che celebriamo, è qualcosa che siamo chiamati a vivere. Ogni volta che perdoniamo qualcuno che ci ha ferito, ogni volta che mostriamo compassione a qualcuno che ha bisogno, ogni volta che scegliamo la comprensione invece del giudizio, permettiamo alla misericordia di Cristo di continuare a operare nel mondo.
In verità, molti di noi vivono anche dietro porte chiuse: porte di paura, senso di colpa, risentimento o dubbio. Eppure il Vangelo ci ricorda che nessuna porta è abbastanza forte da tenere lontano il Cristo Risorto. Egli entra nelle nostre vite non per condannarci, ma per offrirci la pace.
E così, il messaggio della domenica della Divina Misericordia può essere riassunto in una sfida semplice ma impegnativa:
Se il Cristo Risorto non smette mai di aprire il suo cuore per perdonarci, noi non dobbiamo mai chiudere il nostro cuore per perdonare gli altri.
