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Guadalupe: dal Tepeyac a Roma e Cadice, un ponte di fede

Il racconto guadalupano, il suo arrivo a Roma e la sua presenza in un convento a Cadice mostrano come Maria accompagni la storia e la missione agostiniana recolletta.

Da Juan Diego agli Agostiniani Recolletti

Parte I: Il miracolo guadalupano: parola, racconto e segno

Indice

Un mondo alla frontiera

L’incontro guadalupano avviene in un tempo in cui il mondo indigeno e la cristianità appena arrivata cercavano un ponte di comprensione. Il Messico del XVI secolo era una terra nuova, un “nuovo mondo” pieno di opportunità, dove cominciava a intrecciarsi il dialogo —a volte teso, a volte fecondo— tra due culture. In mezzo a ferite profonde e orizzonti aperti, la Vergine di Guadalupe è emersa come un linguaggio comune, un abbraccio materno capace di avvicinare gli abitanti di queste terre al Signore.

L’evangelizzazione dell’America è stata frutto del lavoro umano di centinaia di frati che hanno percorso monti e pianure per annunciare il Vangelo. Tuttavia, la tradizione riconosce che quell’impulso missionario poté attecchire solo con la forza di un segno che parlò direttamente al cuore di un popolo: la Madre di Dio che estende il suo manto di stelle sulla terra appena scoperta. La sua presenza rivelata, la sua immagine e la sua parola si sono convertite nel cammino spirituale che ha permesso di riconoscere che Dio guardava a quelle genti con tenerezza.

Parlare della Vergine di Guadalupe significa parlare di un simbolo di identità per tutto l’ambito ispanico. La sua immagine, sorta nel Tepeyac nel 1531, ha trasceso la Nuova Spagna e si è convertita in riferimento del Messico, di tutta l’America e persino delle Filippine. Parlare di lei è, anche, parlare della nostra famiglia agostiniana recolletta, la cui vita e missione —più dell’80% delle nostre comunità— si sviluppa sotto la protezione della Vergine di Guadalupe, che accompagna il nostro cammino evangelizzatore.

Juan Diego, il messaggero eletto

Il Nican Mopohua, uno dei racconti più belli della tradizione indigena-cristiana, presenta Cuauhtlatoatzin —Juan Diego— come un uomo umile, attento e sorpreso di fronte all’azione di Dio. È uno degli anawim, i poveri del Vangelo: credenti semplici il cui cuore disponibile rende possibile che Dio operi meraviglie. Cammina per sentieri come chi va in cerca dell’amore; sale a Tlatelolco per imparare “le cose di Dio”; vive la sua fede senza grandezze, e precisamente per questo è eletto per una missione straordinaria.

Il testo lo narra con una bellezza singolare:

«Era sabato, molto di mattina, veniva in cerca di Dio e dei suoi comandamenti.

E arrivando vicino al collinetto chiamato Tepeyac già albeggiava.

Udì cantare sul collinetto, come il canto di molti uccelli fini;

al cessare le loro voci, come se rispondesse loro il colle,

straordinariamente soavi i suoi canti, superando il coyoltototl e il tzinitzcan.»

Quel canto apre il suo cuore. Juan Diego ascolta il suo nome —il suo nome in náhuatl— e si commuove. Andava in cerca di Dio, ma è lo stesso Dio, per mezzo di sua Madre, che gli viene incontro. E lo chiama con tenerezza:

«Juanito, Juan Dieguito…»

Il dialogo continua:

«Ascolta, figlio mio il minore, Juanito. Dove ti dirigi?»

Egli risponde:

«Mia Signora, Regina, Ragazzina mia, vado alla tua casetta di México-Tlatelolco

a seguire le cose di Dio che ci insegnano i nostri sacerdoti.»

Allora Maria rivela la sua identità e il suo desiderio:

«Sappilo, tienilo per certo, figlio mio il più piccolo,

che io sono la Perfetta Sempre Vergine Santa Maria,

Madre del Veritierissimo Dio per cui si vive…

Desidero molto che qui mi erigano la mia casetta sacra».

Qui nasce il mandato: una madre che cerca una casa per stare vicino a tutti i suoi figli. Una casa per compiere il desiderio di Cristo sulla croce: accogliere Maria come Madre e portarla nella propria casa.

“Non ci sono forse io qui che sono tua madre?” Una parola in náhuatl che apre un mondo

Il messaggio guadalupano non si comunica in una lingua straniera, bensì nel náhuatl, la lingua del cuore di Juan Diego. Un’espressione profondamente significativa è:

«Nican nica nimonantzin» — “Sono qui io, la tua mammina”.

Il diminutivo náhuatl è un gesto di tenerezza, non di infantilizzazione. È il modo più naturale di esprimere vicinanza, protezione e vincolo profondo. Dio non impone un linguaggio straniero: parla nella lingua che un popolo riconosce come propria, attraverso la voce di sua Madre.

Per questo il messaggio guadalupano non è un’imposizione, bensì una rivelazione amorosa che sgorga dentro la sensibilità culturale del popolo che la riceve. È Dio che si avvicina con misericordia e soavità attraverso Maria, che si presenta come madre e come guida.

L’apparizione nel Tepeyac

L’immagine della Vergine di Guadalupe rivela che Maria non si presenta con i tratti europei che gli spagnoli portavano con sé, bensì come una donna che assume colori, simboli e codici culturali indigeni. Questa profonda inculturazione mostra l’ampiezza della sua maternità: Maria si avvicina al popolo come chi conosce le sue ferite, le sue ricerche e le sue aspettative; come una presenza familiare che cammina con loro da sempre.

Maria non cancella una cultura né la rimpiazza: la illumina da dentro, la dignifica e la orienta verso Cristo. La sua apparizione è un gesto di accoglienza che costruisce un ponte tra mondi, convertendosi in madre di coloro che avevano perso riferimenti e speranze.

La tilma come segno

Il miracolo finale —l’immagine impressa nella tilma di Juan Diego— rende permanente quell’incontro. Non è un ornamento devozionale, bensì un segno teologico, culturale e spirituale che continua a comunicare il suo messaggio secoli dopo.

La tilma raccoglie una sintesi visuale che unisce la fede cristiana con la simbologia indigena:

La Vergine appare avvolta in un manto azzurro-verdognolo seminato di stelle, colore associato alla nobiltà indigena e all’ambito celeste. La luna sotto i suoi piedi e il sole dietro di lei parlano un linguaggio che i popoli originari comprendevano: Maria non appartiene al mondo delle deità naturali, bensì è al di sopra di esse perché partecipa della luce dell’unico Dio. La cintura nera sulla sua vita indica che è incinta, presentandola come Madre del Dio vivo. Sul suo ventre fiorisce lo xóchitl de cuatro pétalos, simbolo del luogo del divino nella cosmovisione nahua, indicando la presenza del Verbo nel suo seno. La sua postura, umile e orante, ricorda che Maria non chiede adorazione per sé: indica il Signore e conduce verso di Lui.

La tilma è, così, una catechesi silenziosa: un linguaggio visuale che evangelizza senza parole, che traduce il Vangelo a un sistema simbolico che un cuore indigeno poteva comprendere, e che oggi continua a toccare la fede di milioni.

Guadalupe, un ponte continentale

Guadalupe non unisce unicamente la Nuova e la Vecchia Spagna: la sua irradiazione ha tessuto un vincolo spirituale che abbraccia il Messico, tutta l’America, le Filippine e la Spagna. La sua incoronazione canonica nel 1895, la sua dichiarazione come Patrona dell’America Latina da parte di san Pio X nel 1910 e il titolo di “Imperatrice delle Americhe” concesso da Pio XII nel 1945 confermano solo una realtà spirituale profondamente radicata: la Vergine di Guadalupe accompagna la storia dei popoli del continente come madre, protettrice e guida. Nella sua immagine riconosciamo la tenerezza di Dio che si prende cura dei suoi figli e li riunisce sotto un unico manto.

II. Un quadro a Roma: Via Sistina 11 e una delle prime immagini guadalupane nella Città Eterna

Nella chiesa di San Ildefonso e Santo Tomás de Villanueva, situata in Via Sistina 11, in pieno centro storico di Roma, si custodisce un gioiello dell'arte e della devozione mariana: una delle prime immagini della Vergine di Guadalupe che arrivarono nella Città Eterna.
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