Dopo aver celebrato il Battesimo del Signore, la liturgia ci conduce ad approfondire il mistero del battesimo come immersione nello Spirito Santo. In questo commento al Vangelo della domenica (Gv 1), fra Luciano Audisio ci invita ad ascoltare la testimonianza di Giovanni il Battista — “Ecco l’Agnello di Dio” — come chiave per comprendere il perdono non come conquista, ma come dono: essere immersi nella comunione stessa di Dio.
Il giorno dopo: la fede nasce dalla memoria dell’incontro
Dopo aver celebrato il Battesimo del Signore, la liturgia continua a guidarci sullo stesso cammino: quello dell’acqua, quello del battesimo, quello della scoperta progressiva di chi è Gesù. Non si tratta di ripetere le stesse cose, ma di andare più in profondità. L’acqua, infatti, è sempre stata segno di purificazione, di vita nuova, di incontro con Dio. Ma oggi il Vangelo ci invita a scoprire che questo battesimo nell’acqua ci apre a qualcosa di molto più profondo: una vera immersione nello Spirito Santo.
Il Vangelo secondo san Giovanni inizia questo brano con un’espressione che sembra semplice: «il giorno dopo» (Τῇ ἐπαύριον). Ma nel quarto Vangelo nulla è casuale. Questo «giorno dopo» non è solo una data sul calendario: è una chiave spirituale. In un certo senso, tutta la fede si vive sempre «il giorno dopo», dopo un’esperienza di Dio. Tutta la Scrittura è stata scritta «il giorno dopo», come memoria di un incontro che, nel momento in cui è avvenuto, spesso non è stato compreso fino in fondo. L’esperienza di Dio tende a sconcertarci, a risultare persino oscura. Ma quando vi ritorniamo, il giorno dopo, scopriamo che era il Signore che passava nella nostra vita.
In questo «giorno dopo», Giovanni vede Gesù venire verso di lui: «vede Gesù che viene verso di lui» (βλέπει τὸν Ἰησοῦν ἐρχόμενον πρὸς αὐτόν). Giovanni il Battista non appare, a prima vista, come una persona particolarmente tenera. Il suo stile è aspro, la sua parola esigente, la sua vita radicale. E tuttavia, sotto questa apparenza dura, si nasconde una sensibilità spirituale finissima, una capacità straordinaria di percepire il passaggio di Dio. Non è un caso che il suo nome, יוֹחָנָן, significhi «Dio è tenerezza». Giovanni è l’uomo capace di riconoscere che Dio viene con una tenerezza infinita e di indicarla là dove nessuno se l’aspetterebbe.
“Ecco l’Agnello di Dio”: sacrificio, servo e perdono
Ed ecco che pronuncia una frase decisiva: «Ecco l’Agnello di Dio» (Ἴδε ὁ ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ). È un’espressione che ripetiamo in ogni Eucaristia, forse quasi senza pensarci. Ma in essa si condensa tutta la storia della salvezza. In aramaico, la parola ṭalyāh (ܛܠܝܐ) significa allo stesso tempo «agnello» e «servo». Dicendo che Gesù è l’Agnello di Dio, Giovanni unisce due grandi correnti dell’Antico Testamento: quella dell’agnello sacrificato nel tempio, offerto continuamente, e quella del Servo di YHWH che si consegna totalmente per il suo popolo. Gesù è il sacrificio definitivo, colui che dona se stesso e rende inutili tutti gli altri sacrifici.
Sappiamo che «sacrificio» significa sanctum facere, «rendere sacro». Il sacrificio non solo consacra l’offerta, ma santifica anche colui che la presenta. Per questo, in ogni Eucaristia, quando ci viene donato l’Agnello di Dio, non assistiamo a un rito esteriore: siamo santificati, introdotti in una relazione viva con Dio. Gesù è l’Agnello che ci rende santi, che ci restituisce alla comunione.
Ma, come abbiamo detto, ṭalyāh significa anche «servo». E questo tocca il cuore più profondo di Israele, perché tutto il popolo ha desiderato essere servo di Dio. Nella nostra cultura, la parola «servo» suona negativa, come se implicasse una perdita di dignità. Eppure, nella Bibbia, servire è la forma più alta dell’amore. L’amore non è solo sentimento: è azione, dono di sé, servizio. Gesù è il Servo di Dio perché è l’Amore fatto vita. Egli è ciò che Israele ha desiderato essere e non è riuscito a essere pienamente: il servo che ama fino alla fine.
Per questo il Vangelo aggiunge: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (ὁ αἴρων τὴν ἁμαρτίαν τοῦ κόσμου). Il verbo αἴρω non significa solo «togliere» nel senso di eliminare, ma anche «portare su di sé». Gesù non elimina il peccato dall’esterno: lo assume, lo porta, si fa solidale con la nostra condizione ferita. Ed è importante comprendere che cosa intende la Bibbia per peccato. Il peccato non è semplicemente la trasgressione di una norma; è, soprattutto, la rottura della relazione con Dio, lo sviamento della vita dal suo vero obiettivo. È mettere l’energia del cuore in una direzione sbagliata. L’obiettivo autentico è l’amore, è Dio stesso. Il peccato consiste nel sostituirlo con qualcos’altro, nel smettere di amare, di servire, nell’ignorare o distruggere la vita dell’altro.
Gesù, come Agnello di Dio, toglie il peccato perché ci riorienta, ci restituisce la direzione perduta, ci permette di tornare a camminare verso l’amore. Egli accorcia la distanza tra Dio e noi e ristabilisce la relazione spezzata.
Battezzati nello Spirito: entrare nell’abbraccio di Dio
Giovanni dice anche: «Io battezzo con acqua» (βαπτίζειν ἐν ὕδατι). L’acqua, in Israele, era segno di purificazione e di cammino. Le abluzioni rituali aiutavano a prendere coscienza della necessità di tornare a Dio. Ma Giovanni annuncia qualcosa di nuovo e definitivo: «Egli battezzerà in Spirito Santo» (ἐν πνεύματι ἁγίῳ). Non si tratta più che siamo noi a tentare di purificarci per raggiungere Dio; è Dio stesso che viene incontro a noi. Il perdono non si conquista: si riceve. È un dono.
Essere battezzati nello Spirito Santo significa essere immersi nell’abbraccio infinito tra il Padre e il Figlio. Lo Spirito è quell’amore che li unisce, ed entrare in Lui significa entrare nella comunione stessa di Dio. Questo è il perdono dei peccati: non solo essere assolti, ma essere abbracciati, reintegrati, restituiti alla relazione.
Da allora, l’acqua diventa segno di questa immersione nello Spirito. Ogni volta che ci segniamo con l’acqua benedetta ricordiamo che siamo stati immersi in questo amore, che viviamo sostenuti da questo abbraccio. E ogni Eucaristia ci pone di nuovo davanti alla stessa domanda: posso dire oggi, con verità, «Ecco l’Agnello di Dio»? Solo chi ha fatto esperienza di questo incontro, anche se piccolo e silenzioso, può riconoscerlo. E chi lo riconosce, riprende il cammino.
