Il brano del Vangelo di questa domenica si colloca strategicamente dopo il sermone della montagna “le beatitudini”, dove Gesù espone l’itinerario di vita che dovrà intraprendere chi decida di seguirlo. Dico strategico perché nella narrazione dichiara i suoi discepoli – che hanno già iniziato un cammino di sequela – come: “sale della terra” e “luce del mondo”, non è un’affermazione futura, ma, accettando liberamente la proposta di Gesù di iniziare un itinerario con Lui, si sono già trasformati in ciò che quelle due immagini rappresentano.
Oggi è necessario spiegare il contenuto metaforico delle due immagini utilizzate da Matteo, tuttavia, nella Palestina del I secolo, il linguaggio utilizzato da Gesù con l’allusione a questi due elementi era facilmente comprensibile. “Sale e luce” sono simboli molto antichi all’interno della tradizione del popolo di Israele; facevano parte dell’antropologia culturale del levante meridionale.
Il “sale”, ben noto in Medio Oriente e soprattutto nella terra di Israele, poiché veniva estratto dal Mar Morto, conosciuto anche come il Mar di Sale, era un ingrediente essenziale nelle preparazioni gastronomiche di quei popoli, soprattutto combinato con alcune spezie aromatiche, conferendo un sapore gradevole ai cibi, che altrimenti sarebbero insipidi. Il suo uso non si limitava ai cibi; si estendeva ad altri ambiti come elemento indispensabile per la conservazione di materie organiche, nella medicina come antisettico e sul piano liturgico-cultuale, era utilizzato come elemento purificatore delle offerte sacrificali.
All’interno dei valori primordiali dei popoli semiti, il sale era simbolo di ciò che perdura e dà consistenza, alludendo al comportamento onesto. Negli scritti neotestamentari il campo semantico del sale acquisisce una connotazione teologica spirituale, specialmente in Colossesi e Giacomo (Col 4,6; Gc 3,12) dove appare come un qualificativo che denota in modo particolare e vivenziale la prudenza del linguaggio fraterno.
La “luce” ha un simbolismo universale piuttosto ampio, legato in ambito religioso alla divinità, a ciò che è capace di rompere le tenebre, offrendo sicurezza, tranquillità e calore. Nell’Antico Testamento la luce è la più sublime rappresentazione della presenza di Dio; il primo atto della creazione in Genesi, in quanto è ciò che di più divino rappresenta: Dio come fonte di ogni luce. Nel libro della Sapienza si afferma che la luce è eterna e quindi un attributo di Dio (Sap 7,26). Nel Nuovo Testamento la “luce” è un’allegoria della gioia, del benessere, della felicità, come doni che provengono dalla fonte di tale chiarezza: Dio. Gesù si definisce “luce del mondo” in san Giovanni e, pertanto, i suoi discepoli devono portare la “Luce” alle nazioni. San Paolo, sia nella seconda ai Corinzi che ai Colossesi, afferma che la “Luce” brilla nei cuori dei credenti come figli della luce (Ef 5,8; 1 Ts 5,5); tale appropriazione della luce fa sì che la fragilità umana sia capace di esercitare la carità fraterna in mezzo alle tenebre che la circondano. La “luce” è l’immagine attraverso la quale si può accedere al mistero di Dio e comunicarlo dopo. È anche il simbolo della vita, poiché l’uomo non può sussistere a lungo nelle tenebre e nel caos senza essere corrotto, morendo irrimediabilmente. C’è una componente morale che soggiace nel termine, perché transitare nella luce è vivere secondo la volontà di Dio, sperimentando la sua salvezza.
Affinché questi due simboli significhino, devono entrare in contatto con le loro realtà immediate nello spazio del quotidiano. Il sale, affinché svolga le sue funzioni, deve entrare in contatto con gli alimenti ai quali fornisce il buon gusto, con i materiali, preservandoli dalla corrosione, con l’incenso e il fuoco dei candelabri del tempio per purificare l’ambiente, con il corpo per aiutare a guarire e pulire. La luce converge anche con le tenebre, al fine di dissiparle e illuminare i cammini, con il freddo, abbracciando come un focolare accogliente la comunità riunita. Infine, come facoltà che permette di uscire dall’ignoranza e progredire nel conseguimento della conoscenza per esercitare la saggezza: l’arte di vivere in coerenza, giustizia e fraternità.
I seguaci di Gesù che sono già “sale e luce” devono entrare in contatto con la terra, sono inviati dall’“Inviato” per dare speranza al mondo (buon sapore), per rendere presente colui che li ha chiamati presso il mare di Galilea; per preservare e proteggere dalla corruzione che incombe. Tutto ciò mediante la testimonianza delle “beatitudini”; agendo contro le tenebre dell’errore e dell’ingiustizia, attraverso la “Parola” che annunciano. I seguaci saleranno e brilleranno nelle città non con i loro meriti, ma con la Grazia del Signore, che li farà vivere la prassi della spiritualità di comunione; sentendo autenticamente l’altro come qualcuno che veramente gli importa. Il “sale e la luce” hanno come comune denominatore il dono della vita; per questo, i discepoli di Gesù lavoreranno e si consumeranno con tenacia aiutando a dare un nuovo significato all’esistenza delle persone che incontrano sul loro cammino.
Tutta la forza del racconto ricade nella seconda persona plurale, come sentenza definitiva di Gesù: “voi siete sale della terra e luce del mondo”, dando per scontato che quanto pronunciato si realizzerà inesorabilmente nella vita di coloro che un giorno decisero di seguirlo, solo con una promessa: “vi farò diventare pescatori di uomini”, espressione un po’ enigmatica oggi, ma che, intesa nel contesto del sermone della montagna e del ruolo (sale e luce) con il quale sono caratterizzati i seguaci nel Vangelo di questa domenica, è più che possibile; perché diventare pescatori di uomini non è altro che portare a compimento la missione di Gesù: salvare (pescare) l’umanità da ogni forma di male (disumanizzazione), insegnando loro a vivere nella giustizia di Dio e a evitare di normalizzare qualsiasi forma di violenza che attenti alla fraternità universale.
Gli undici che formavano la comunità vicina a Gesù e gli altri discepoli, che vissero come poveri di spirito, miti e puri di cuore, riuscirono a essere autenticamente sale e luce per il mondo. Senza nobiltà e umiltà, il discepolo non sarà mai il sapore gioioso e la luce nuova di Gesù, poiché irradierà solo una falsa apparenza della propria oscurità. Non siamo stati chiamati a essere candele per illuminare noi stessi, rallegrandoci nelle menzogne del nostro “falso io”, né sapore per stuccarci con le nostre vanità. La missione e ogni progetto evangelizzatore non è mio, è di Gesù e se la sua “Parola” non arde nel nostro cuore (dove si sente e si pensa), ogni lavoro pastorale, per quanto abbagliante possa sembrare, non sarà altro che un discorso fallito e un’insulsa recita teatrale, priva della grazia e della forza che solo il padrone della messe concede.



